Il “Necessaire da Viaggio”

Storia e curiosità

Concepito inizialmente come un semplice astuccio, nel tempo assume la forma di piccola valigia fatta di legno pregiato ed intarsiato.
Il “Necessaire da Viaggio” compare già nell’età moderna, nel XVI – XVII secolo e non cessa di perfezionarsi fino agli inizi del 900’.
Alcuni modelli erano ricoperti di madreperla, altri di osso di tartaruga. Idoneo contenitore di lusso atto a perpetuare gli agi della vita domestica, divenne ben presto un oggetto ricercato ed un prezioso compagno di viaggio. Poteva essere anche un prestigioso dono e l’abilità degli artigiani produceva modelli unici ed inimitabili.

Ne furono commissionati molti anche per uso “professionale” ed in particolare ci fu una grande richiesta per le versioni da calesse o carrozza.
Era usanza infatti, prima di partire per un lungo viaggio, di studiare ed organizzarsi per poter esercitare una professione lungo il tragitto (medico, dentista, farmacista, etc) al fine di guadagnare qualcosa e sostenere i costi. Per fare un esempio, un necessaire per la farmacia, era pensato per supportare l’attività di questi “neo professionisti” (a volte improvvisati) e poteva contenere: astringenti, sali odorosi, olio di ricino, oppio puro, olio di lavanda, bilancine, bisturi per salassi, un piccolo mortaio con pestello e sempre una grattugia per il rabarbaro. Oltre alle medicine, ospitava spesso anche un prontuario con elencato il contenuto e le relative istruzioni, manuale prezioso per questi neofiti.


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L’esemplare che vedete in foto, esteticamente molto essenziale, ma ingegnosamente organizzato, ipotizziamo che sia stato realizzato per essere lo studio mobile di un dentista, in epoca non più tarda del 1700.
Potrete notare che uno dei due sportelli con specchio, ha l’alloggiamento per attrezzi di varie misure (quest’ultime scritte a mano sul legno per definire la grandezza dello strumento ospitato). I tre cassetti a scomparsa ed il grande vano centrale, si presuppone invece che ospitassero i vari medicamenti. Gli indizi per formulare una ipotesi approssimativa dell’età di questo oggetto, li possiamo osservare nella tecnica di costruzione dei cassetti a scomparsa.
Essi infatti hanno il fondo totalmente piatto e sono stati realizzati inchiodando una lastra di legno massello direttamente sul telaio. Sappiamo che questo metodo è stato utilizzato fino alla fine del 700’. Infatti, già nei primi anni dell’ ‘800, i cassetti non vennero più realizzati con il fondo piatto, ma con delle guide in rilievo che ne favoriscono l’inserimento nell’alloggiamento del mobile.

Fonti utilizzate per questo post:
– “Ottocento anni di Quadrilatero: Storia di un viaggio attraverso i secoli “ 
– “Il bagaglio dei viaggiatori del ‘700 e ‘800”
– “Anatomia del nécessaire”

Il Marchio Dinky Toys

Se volessimo parlare della nota marca inglese DINKY TOYS, non basterebbe un volume intero!

La Dinky Toys fu un marchio che produsse modellini di veicoli inizialmente in lega di zinco, successivamente in zamak dal 1934 al 1979.
La sua storia inizia nel lontano 1901 a Liverpool, quando Frank Hornby inventò e brevettò il famoso gioco di costruzione in metallo chiamato “Meccano”.
Successivamente, dal 1920, con il marchio Hornby (che esiste ancora sul mercato!) realizzò prima trenini giocattolo ed in seguito quelli elettrici.
Nei primi anni 30 furono prodotti come accessori per i plastici ferroviari, modellini di automobili denominati “Dinky Toys” e, dal 1951, per questi modellini fu adottata la scala internazionale 1/43.
Negli anni ’50 la ditta britannica aumentò la propria produzione nonché la qualità dei suoi modelli.
Inizialmente erano piuttosto semplici, solo carrozzeria, pianale e ruote, poi vennero inseriti i vetri ed ancora dopo gli interni.
Nelle foto allegate si vede una Volkswagen Maggiolino del 1956 ancora senza i vetri ed interni dell’abitacolo, invece la Citroen DS19, sempre del 1956, fu prodotta con i vetri.

Da notare le classiche scatoline gialle della produzione degli anni ’50 e ’60.
Negli anni successivi i modelli diventarono sempre più belli e raffinati, con interni, parti apribili, molleggio, ruote sterzanti ecc. (vedere le foto successive).
Vennero riprodotte autovetture, camion, aerei, astronavi, navi, veicoli di tutti i tipi.
Successivamente, a causa delle concorrenza internazionale, delle mode e dal cambiamento degli interessi dei bambini verso altri motivi di svago, l’azienda entrò in crisi e nel 1979, fallì.
Il marchio Dinky Toys venne acquistato dalla Matchbox e successivamente dalla multinazionale americana Mattel.
Nel periodo del massimo successo i modelli Dinky Toys vennero prodotti anche da fabbriche Francesi, Spagnole e del Portogallo.
Oggi molti modelli Dinky hanno raggiunto quotazioni altissime, specialmente se sono in ottime condizioni e con la loro scatola.
Prima si salutarvi, vi segnalo che ultimamente è stata commercializzata in edicola una collezione di copie perfette di questi modellini e, nel caso non si avesse la possibilità di acquistare gli originali, potrete comunque godere di  queste repliche eccellenti.

Nico

Modellini Grisoni

Ricordate i modellini di motociclette della Grisoni?

Chi è negli “anta”, probabilmente si!!!
Erano delle riproduzioni (purtroppo non ricordo in che scala) che si acquistavano per poche lire in edicola negli anni 70’ ed 80’.
Presentavano le più belle moto di quegli anni.
Vespa, Lambretta, Harley Davidson, Suzuki, MV Agusta, Benelli, Yamaha, ecc., quasi tutte furono realizzate da questo Marchio.
Venivano vendute disassemblate. La confezione conteneva una dozzina circa di pezzi in plastica che si assemblavano ad incastro con colori sgargianti e spesso improponibili.
La qualità dei materiali ed il “gusto” della realizzazione, ad un bambino di quell’epoca non interessava, visto che aveva tra le mani una riproduzione (anche piuttosto buona) coloratissima con ruote girevoli e manubrio sterzante, con la quale giocare e giocare per ore!
Questi modelli venivano venduti in bustine trasparenti con allegato un foglietto a colori con un disegno o con una foto del soggetto negli anni 70’, oppure, negli anni ’80, in scatoline di cartone con una buona illustrazione ed allegato un conduttore snodato in tuta e casco.
Ancora oggi questi modelli si possono trovare su Ebay o in qualche mostra scambio a prezzi ragionevoli.

Nico

I soldatini della Baravelli

Nell’immensa gamma di giocattoli prodotta e commercializzata dalla Baravelli, non potevano mancare i soldatini.
Agli inizi degli anni 70’, visto il grandissimo successo dei soldatini in scala H0/00 (scala circa 1/76 1/72) dell’inglese Airfix (famosa produttrice anche di scatole di montaggio di tutti i tipi e formati) commercializzate in belle e piccole scatoline di cartone denominate “blue box”, la bolognese Baravelli decise anch’essa di dire la sua in questo florido mercato.

Nel 1970 presentò la serie “Minizero” in scatole simili, per grafica e dimensioni, alle Airfix, ma di qualità nettamente più bassa.
I soldatini infatti non erano prodotti dalla Baravelli, ma commissionati alla Giant di Hong Kong, ed arricchiti nella confezione con improbabili mezzi e veicoli.

Furono commercializzati per ventiquattro settimane. Alcuni erano sicuramente interessanti, ma diversi modelli si rivelarono abbastanza banali.
Questa prima serie aveva, come maggior pregio, il costo di 80 lire, cifra che in quei tempi risultò molto aggressiva per il mercato.
Dal momento che si dimostrava “sfacciatamente” simile all’Airfix, venne chiamata anch’essa dai collezionisti “blue box” e commercializzata dal 1970 al 1973.

La seconda serie (dal 1973 al 1977) aveva una grafica differente, forse leggermente più curata nella confezione.
Le scatole riportavano un titolo in banda rossa con bandiera della nazione di appartenenza e le fiancate erano anch’esse di colore rosso.
Venne denominata “Red Box” ed il suo prezzo salì a 100 lire (sempre notevolmente più basso rispetto alle Airfix ed allineato alla nascente Atlantic).

Tutte le boxart delle due serie, erano stupendamente realizzate dall’illustratore Gino Pallotti. Dopo un iniziale successo però, le vendite cominciarono a calare, al punto che la Baravelli, all’incirca nel 1977, decise di cessarne la produzione, ormai subissata dal crescente successo della concorrente Atlantic.

In conclusione, sebbene al tempo furono commercializzate svariate migliaia di unità, risulta abbastanza difficile per un collezionista reperire una confezione in buono stato, in particolar modo quelle della prima serie.

Nico

The Close Combat Uniform (CCU)

La CCU (Uniforme da combattimento ravvicinato) era un modello di uniforme sperimentale che è stata testata intorno agli anni 2003/2004.
Per svolgere questo test, le divise sono state date in dotazione esclusivamente ai componenti delle Brigate Stryker della 2ª e 25 ° Divisione di Fanteria.
Questa fu l’unica fornitura, perchè successivamente a questa iniziativa di sperimentazione, questo modello non fu più prodotto ne rilasciato ad altre unità.
Per questo ed altri motivi, risulta sempre più difficile per i collezionisti reperirle e con il passare del tempo stanno diventando sempre più rare.
Di
conseguenza, il prezzo con cui vengono scambiate, aumenta sensibilmente di anno in anno.

Storia

The Close Combat Uniform” (CCU) è stata un’uniforme sperimentale dell’esercito americano (circa 2003-2004) che ha introdotto una nuova generazione di abbigliamento da combattimento dell’esercito degli Stati Uniti, la prima modifica all’abbigliamento da combattimento, per i soldati dell’esercito americano, dall’introduzione della battaglia “Dress Uniform” nei primi anni ’80.
La ricerca dell’esercito di una nuova uniforme da combattimento è iniziata come parte del programma Objective Force Warrior (in seguito Future Force Warrior) presso la Natick Laboratories, uno sforzo per portare il soldato da combattimento dell’esercito statunitense ad una maggiore preparazione al combattimento per il 21 ° secolo.
Dopo un periodo di brainstorming teorico e di sviluppo, Natick ha rilasciato prototipi di uniformi preliminari per i test nel maggio del 2002.
Una moltitudine di nuovi schemi di camuffamento sono stati valutati come parte di questi studi, inclusi modelli separati e progettati per funzionare meglio in ambienti boschivi, desertici ed urbani.
Gli sviluppatori hanno anche lavorato al miglioramento della progettazione dell’uniforme da combattimento stessa, affrontando le esigenze di un moderno soldato di fanteria che trasportava un carico operativo ed un’attrezzatura significativamente diversa da quella del suo predecessore di 20-30 anni fa.
I risultati di questi test preliminari hanno prodotto quello che alla fine è diventato noto come “Close Combat Uniform” (o CCU), definita da alcuni designer come una “concept uniform” (prototipo).

La prima CCU (Prototype 1) è stata prodotta nel gennaio 2003 e valutata da un gruppo test di soldati Stryker presso il National Training Center di Fort Irwin, in California.
Successivamente, i commenti, i suggerimenti e le osservazioni del team di formazione, hanno dato vita allo sviluppo di una seconda uniforme (Prototipo 2) che è stata testata da una squadra diversa di soldati Stryker, presso il Joint Training and Readiness Centre, a Fort Polk, in Louisiana.
Nella terza fase di test e valutazione, la divisa concettuale era stata denominata “Close Combat Uniform” (CCU) ed era prodotta in quantità maggiori per test e valutazione a livello di unità utilizzando almeno quattro diversi modelli di camuffamento.
I modelli camouflage conosciuti e testati in questa fase erano: il rip-stop standard “woodland” m / 81 standard americano, il rip-stop del deserto tricolore standard statunitense, un modello urbano sperimentale (riferito dai valutatori come “Urban Tracks”) e un camuffamento di tipo “tuttoterreno”, sviluppato in collaborazione con Crye Industries chiamato “Scorpion” (L’ultimo schema mimetico è stato in seguito modificato e commercializzato come “Multicam” e ha visto un uso limitato come abbigliamento da combattimento per l’acquisto privato da parte del personale delle operazioni speciali statunitensi sia in Afghanistan che nei teatri iracheni operativi).

Primo Contratto


Ci sono stati diversi test di queste uniformi di concetto in varie postazioni negli Stati Uniti (una fonte ne suggerisce cinque).
Prove iniziali sono state tenute presso i laboratori di Natick, seguite da una valutazione con la 3a (Stryker) della 2a divisione di fanteria e la 1a (Stryker) brigate della 25a divisione di fanteria a Fort Lewis, WA.
Si ritiene inoltre che alcune divise siano state valutate da elementi della 173a Brigata aviotrasportata, così come da personale anonimo di Fort Bragg, North Carolina e Fort Bliss, in Texas.
I membri delle Brigate Stryker intervistati per questo articolo hanno indicato che ciascun battaglione della SBCT (Stryker Brigade Combat Team) ha utilizzato un certo tipo di uniforme mimetica per il test.
Quindi, ad esempio, il 1° Battaglione potrebbe aver ricevuto la versione boschiva, il 2° Battaglione “Scorpione” e il 3° Battaglione le versioni “Tracce urbane”.

A partire dal 2003, la versione della “tricolor desert” del CCU è stata prodotta su una scala più ampia e messa in campo da elementi delle prime due Brigate Stryker schierate in Iraq durante l’operazione Iraqi Freedom.
Queste erano la 3a Brigata della 2ª divisione di fanteria (o 1 ° SBCT) e la 1a brigata della 25ª divisione di fanteria (o 2 ° SBCT).
La CCU tricolore del deserto è stata prodotta da American Power Source in due sessioni di contratto, mentre la seconda ha mostrato modifiche o miglioramenti minori rispetto alla prima.
La prima serie di produzione aveva il numero di contratto SPO106-03-D-0351 e la seconda serie di produzione aveva il numero di contratto SPM100-04-D-0367.
I miglioramenti apportati alla seconda versione includevano un’area rinforzata che correva intorno al collo e lungo la linea della zip anteriore della giacca e modifica della configurazione in velcro sulle tasche delle maniche.

La CCU si dimostrò indiscutibilmente popolare tra i soldati delle Brigate Stryker e nei mesi successivi al loro schieramento non era raro che soldati di altre unità cercassero ottenere la divisa per uso personale durante lo schieramento di combattimento.
Alcune caratteristiche del design della CCU (in particolare le tasche delle maniche e le patch in velcro per i fregi ) erano così apprezzate che molti soldati in servizio in Iraq ed in Afghanistan, hanno scelto di avere il loro numero standard Desert Combat Uniforms (DCU) modificato da sartoria professionale per includere questi Caratteristiche.
Tali modifiche sono state comuni all’interno della comunità delle operazioni speciali dopo la guerra del Vietnam, ma è stato in gran parte grazie alla ricerca ed allo sviluppo dedicato alla CCU che sono diventati più comunemente conosciuti.
Altre caratteristiche della CCU invece, quali l’imbottitura in schiuma, non furono apprezzate e, grazie a questa sperimentazione ed ai feedback delle truppe, furono rapidamente scartate in vista del dispiegamento operativo.

Il CCU non è mai stato ufficialmente rilasciato a nessun altro elemento dell’esercito degli Stati Uniti, e la produzione è cessata nel 2004 per far posto alla nuova Army Combat Uniform (ACU).
All’inizio del 2006, le CCU erano scomparse dal teatro operativo in cui inizialmente erano impiegate ed oggi stanno diventando una merce rara all’interno delle comunità militari e collezionatrici.
Il loro posto nella storia militare uniforme statunitense, tuttavia, è riconosciuto come un capitolo significativo, e si spera che sia ricordato dagli storici americani esperti di uniformi negli anni a venire.

LA GIACCA 

La giacca CCU presenta una chiusura frontale con zip completa, con patch in velcro per fissare la patta sopra la cerniera, un colletto tipo mandarino fissato con una linguetta in velcro, polsini con 2 “cinghie di fissaggio in velcro invece di bottoni, due tasche sul petto (con velcro- lembi di chiusura allineati verticalmente) e tasche a soffietto superiori inclinabili in avanti (coperte da “velcro” in velcro per l’apposizione di fregi e gradi)

La regione del gomito è progettata per accettare inserti in espanso grigio a cellule chiuse, fissati in velcro- chiudendo “tasche”, anche se in pratica questi cuscinetti in schiuma erano generalmente considerati limitanti e di solito venivano rimossi e scartati.
Le insegne con il velcro sono indossate sulle maniche (compresi i patch sulle maniche, la bandiera USA e qualsiasi tabulazione di qualifica come RANGER o SAPPER) Il cartellino del nome e il nastro US ARMY sono in pratica cuciti direttamente sopra le tasche, con le insegne di rango centrate sul nastro del nome del torace destro.
Qualifica e premi di combattimento (paracadutista, assalto aereo, Combat Infantryman Badge) sono stati osservati su alcune giacche, cucite sopra il nastro US ARMY sul petto a sinistra.

I PANTALONI 

I pantaloni CCU sono dotati di passanti per cintura di serie, più un sistema di regolazione del cordino in vita, due tasche a taglio sul davanti e ampie tasche cargo a soffietto con una patta diagonalmente allineata che fissa con il velcro. L’apertura alla tasca della coscia può essere “stretta” tramite un cordino interno di elastico nero con un pulsante di regolazione in nylon cordura.
Come i gomiti sulla giacca, la regione delle ginocchia è stata progettata per accogliere inserti in schiuma grigia a cellule chiuse, che sono fissati in una “tasca” di chiusura in velcro su ciascun ginocchio. Ci sono anche tasche più piccole per ogni vitello che accetteranno un singolo caricatore a fucile circolare M16 / M4 30 o un oggetto di dimensioni equivalenti.
I polsini inferiori sono regolabili con corde in nylon a coste e la seduta dei pantaloni è rinforzata in tipico stile BDU.

Fonti articolo e foto:

www.modernforce.com

www.usmilitariaforum.com

Elenco Uniformi Militari U.S.

La Rio

Cominciamo a parlare di collezionismo modellistico, la mia, per così dire, “specializzazione”. La RIO nacque grazie ai fratelli Reno, Nilo e Diego Tattarletti, che a Cernobbio (CO) fondarono nel 1952 la Fratelli Tattarletti e poi, nel 1961 la Stampoplastica, dove venivano realizzati stampi per aziende famose come la Rivarossi, produttrice dei famosi trenini elettrici, e la DUGU che produceva auto modelli di ottima fattura. Dopo aver acquisito moltissima esperienza, i tre fratelli decidono di fare il salto di qualità e, nel 1962, fondano una propria ditta di auto modelli, la RIO. La caratteristica della produzione Rio era rappresentata dall’alta qualità e dalla notevole ricerca del particolare, in un’epoca dove quasi tutte le concorrenti come  Matchbox, Dinky Toys, Corgi Toys, Solido, Norev e, per rimanere in Italia,  Politoys, Mercury, Mebetoys, producevano con criteri industriali, e i loro prodotti erano, per quanto fatti bene, dei giocattoli, mentre i modelli Rio, per la loro elevata qualità e fattura erano destinati solamente ad un pubblico di collezionisti ed appassionati, non certo ai bambini.
Ci fu un grande successo di critica e di pubblico, e la Rio cominciò a commercializzare le riproduzioni della Fiat Itala, Itala Pechino-Parigi, una splendida Fiat 501 Sport fino alla monumentale Isotta Fraschini Tipo 8A tutte rigorosamente in scala classica 1/43. Nel corso degli anni la produzione aumentò sempre più, con modelli che andavano dal 1901 agli anni ’70. Il massimo della produzione arriverà, negli anni 90, ad un catalogo contenente 200 modelli! Auto leggendarie come le Bugatti, la Fiat Balilla, Rolls Royce, Mercedes, Lancia Fulvia coupé’, Alfa Romeo Giulietta, Ferrari 365 GTB/4, Lamborghini Miura, Maggiolino Volkswagen, Fiat 128, Citroen DS 19/21 tutte bellissime ed alcune anche con aperture, diverse prodotte come modelli promozionali e speciali. Purtroppo dalla seconda metà degli anni ’90, con la crisi del giocattolo e del modellismo, comincia la parabola discendente della ditta comasca che, negli anni 2000 verrà acquistata dalla M4 (italiana e produttrice anch’essa di modellini in scala 1/43 ma prodotti in Cina) che per prima cosa sfoltirà il catalogo eliminando i modelli “d’antan” (cioè quelli dal primo ‘900 agli anni ’30) e aumentando anche i prezzi secondo me in maniera esagerata…Nelle foto che allego, troviamo una splendida riproduzione con confezione degli anni ’70, di un autocarro Fiat 18BL Militare, un altrettanto pregevole modello della gigantesca Mercedes Benz 770 di Adolf Hitler con scatola anni ’80, e uno “speciale” sul lancio pubblicitario che la Fiat fece nel 1932 per la Balilla 508, uscito negli anni ’90. Oggi i modelli Rio hanno ancora quotazioni non esagerate, e potrebbe essere una bella idea una collezione composta  da modelli “speciali” e “promozionali” che di solito erano corredati di basetta e con uno o più personaggi.

Nico

Fiat Campagnola AR51-59

Dopo più di venti anni di onorato servizio, la FIAT “Campagnola” AR51-59 fu affiancata e progressivamente rimpiazzata da una nuova vettura da ricognizione sempre prodotta dalla FIAT e denominata “Nuova Campagnola”. Presentata nel 1974 in versione civile, mentre quella militare nel 1976 (con cambio a 4 rapporti e impianto elettrico stagno) e denominata AR76, ed aggiornata in diversi dettagli nel 1979 e chiamata AR76/A (con cambio 5 rapporti). Il modello della TA Models e’ veramente notevole, molto accurato e offerto nelle versioni torpedo, telonata chiusa e telonata aperta. Anche questo è un modello in resina con una piccola lastrina di fotoincisioni e un foglio decals. Il modello da me realizzato è una versione telonata chiusa in scala H0.

Nico

M10 Fisher Tank Division

M10 prodotto dalla Fisher Tank Division

L’M10 fu il primo modello di semovente caccia carri realizzato negli Stati Uniti prodotto dalla Fisher Tank Division.
Il suo scafo derivava da quello dell’M4, aveva una caratteristica torretta scoperta sagomata, ed era armato con un cannone da 76/50.
In Italia i primi gruppi sono costituiti nel 1948 per i Reggimenti Artiglieria delle Brigate Corazzate.
Si inizierà a sostituirli con gli M36 (con cannone da 90/50) nel 1953.
Il modello dell’M10 della Roco Minitanks e’ piuttosto stagionato, ma con qualche accorgimento ed accessorio diventa buono.
Questo era in servizio nella Brigata Corazzata Ariete nel 1950. (nell’ultima foto è insieme ad un M36, che lo sostituirà). In plastica scala H0.

Nico

Ve li ricordate questi?

Buongiorno a tutti!
Ve li ricordate questi?
Ritrovamento fortuito in un vecchio magazzino qui a Roma.
Chi si ricorda di questi modellini di aerei (erano ben 16 e tutti biplani) che regalavano allegati ai formaggini della Locatelli?
Erano nella stranissima scala 1/96 ed il periodo della loro commercializzazione, mi pare di ricordare, era fine anni’60, inizi ’70.
I modelli erano formati da pochi pezzi, discreti e abbastanza semplici da assemblare, le decals erano di carta e terrificanti!

Nico

Autocarro Fiat 639 N2 scala 1/87

Mattatore della categoria degli autocarri “medi” fu il Fiat 639 N2 oppure CM52 classificato anche come modello 6601.
Macchina leggendaria, generosa e affidabile, venne costruita in più di 12.000 esemplari.
Era faticoso nella guida perché’ sprovvisto di servosterzo, ma era indistruttibile.
Aveva un motore diesel a 6 cilindri in linea ed ebbe anche un buon successo d’esportazione.
L’ottimo e fedele modello è della TA Models in resina con lastrina di accessori in fotoincisione.
Bisogna pulire i pezzi dalle bave ed eventualmente stuccare alcune parti.
Il montaggio non è facilissimo; più che altro per le minuscole parti visto che la scala è 1/87, il telone è termoformato (vacuform) e bisogna tagliarlo a misura, drammatici i trasparenti, che ho dovuto tagliare a misura per inserirli nei finestrini…
Fogliettino istruzioni per il montaggio abbastanza chiaro. Un po’ vaghi i consigli per la colorazione. In resina scala H0.

Nico